Kossiga docet... Scuola, scontri in piazza Navona

sabato 31 maggio 2008

Riprendere il confronto, per tornare a camminare insieme

Appello alla sinistra politica e sociale, ai movimenti, alle associazioni, ai comitati, ai centri sociali

Rifondazione Comunista ed in generale la sinistra politica in questi ultimi anni, nel tentativo di rendere permeabile il governo di centro sinistra alle istanze radicali, ha provato a trattare e a mediare dall'interno, attenuando ed in alcuni casi interrompendo il suo rapporto con i movimenti e con la società organizzata. Quel tentativo si è infranto sul muro dei rapporti di forza politici e sociali, decisamente sbilanciati verso i poteri forti. La risposta nel “cielo della politica” si è rivelata impotente e “incompresa”, approfondendo le distanze con la società organizzata, fino all'esito disastroso delle scorse elezioni politiche. E intanto è venuta avanti, senza una reale resistenza, una tendenza reazionaria di massa, nutrita dal consenso per il pugno d'acciaio, per la tolleranza zero, per l'uomo forte. Del resto non è la prima volta che ciò accade, e il “ventre” da cui, nella vecchia Europa, nacque il nazifascismo “è ancora gravido di mostri”.

La precarietà esistenziale di questa “bella modernità” chiede risposte: e se il centro sinistra non ha saputo che balbettare, le destre offrono ricette spietatamente efficaci, che pescano nei bassi istinti, nei miti della sicurezza e delle piccole patrie, della razza e del “me ne frego”. La militarizzazione della “questione rifiuti”, la durezza della reazione esemplare a Chiaiano, con la violenza poliziesca apparentemente gratuita, ma invece dosata esattamente per sottolineare l'efficacia decisionista; l'esaltazione del tema della sicurezza in chiave anti-stranieri, la rapidità con cui il governo delle destre sta mettendo sul tavolo le proprie ricette xenofobe, rispondono coerentemente all'obiettivo di ricostruire, nella contrapposizione con il diverso, una identità collettiva e nella soluzione dei problemi certezze, seppure misere, aprendo, volutamente o meno, ma questo è secondario, il “vaso di Pandora” dell'odio razziale: i pogrom anti-rom a Ponticelli e il raid punitivo al quartiere Pigneto a Roma contro i migranti non sono stati certamente avvenimenti inattesi. Non era in discussione il se, ma solo il quando. E altri ne verranno.

Dentro questo quadro generale se la reazione della sinistra politica, nelle sue diverse articolazioni, fosse un rinchiudersi dentro le proprie mura, i propri riti, le proprie insopportabili querelle, anch'essa alla ricerca di qualche certezza, peraltro necessariamente misera, sarebbe non solo un suicidio politico, ma anche un venir meno grave ai compiti storici che questa fase, volenti o nolenti, ci affida. E' necessario invece riprendere il duro e faticoso lavoro della costruzione sociale, del radicamento, della organizzazione, dello stare dentro le masse popolari. E per riprendere questo percorso non basta semplicemente l'autocritica “del linguaggio” e “delle forme”, o, ancora, la “riflessione generale” sul primato della prassi: si tratta piuttosto di praticarlo direttamente e per davvero.

Questo significa in concreto sul nostro territorio che “i silenzi” e “le assenze” devono cessare immediatamente. Devono cessare sulla precarietà e l'insicurezza del lavoro, costruendo capacità di intervento e sostenendo l'autorganizzazione dei soggetti sociali, difendendo i presidi di altra democrazia non delegata che sono i centri sociali, le associazioni, i comitati. Devono cessare sui migranti, non per costruire solidarietà pietista, ma una alleanza "di classe" dentro il percorso per un nuovo movimento operaio; devono cessare sul Macrico e l'assetto del territorio di questa città e di questa provincia, valorizzando la progettualità sociale e dal basso che si è espressa in questi anni; devono cessare sull'emergenza rifiuti, sull'immobilismo e sui condizionamenti affaristico-clientelari negli enti locali, anche qui valorizzando pienamente le esperienze dell'autorganizzazione sociale.

Per questo riteniamo necessaria e urgente una ripresa del confronto sulle cose da fare, innanzitutto, senza escludere anche la discussione “sui massimi sistemi”, ma dando priorità alle questioni e alla cultura del fare. E facciamo una proposta: dedicare una giornata, entro una quindicina di giorni, ad un incontro tra sinistra politica, tutta quella interessata, i suoi rappresentanti istituzionali ed i movimenti, le associazioni, i comitati. Per stabilire un piano di lavoro minimo, senza mettere il carro davanti ai buoi, ma senza nemmeno eludere la necessità della costruzione di una rete che provi, oggi, di fronte all'oscurità dilagante, a farsi trincea resistente; e che, nel costruire società, ragioni anche di un altro mondo possibile.

Giosuè Bove, Umberto di Benedetto

sabato 17 maggio 2008

Una riflessione del compagno Antimo Calzetta sul nostro prossimo congresso nazionale

MA NON STIAMO CORRENDO TROPPO? PERCHE LA NECESSITà DI UN CONGRESSO COSI PRESTO E NON IN AUTUNNO?
NON SI RISCHIA DI SMINUIRE IL DIBATTITO INTERNO AI CIRCOLI NELLE FEDERAZIONI PROV. ECC.. PER LA CORSA AL CONGRESSO ?
COME SI PUò FARE UN CONGRESSO SERIO SENZA UN SERIO E ANCHE LUNGO DIBATTITO CON LA BASE , GIà LA BASE, MA QUANTO CONTA ANCORA IL PENSIERO IL VOLERE DELLA BASE? SENZA UN DIBATTITO SERIO E CHIARIFICATORE SI RISCHIA DI SEPARARE ULTERIORMENTE LE DIFFERENZE INTERNE , COSI SI ARRIVERà AL CONGRESO CON IL SOLITO MODO DI SCHIERAMENTI: IO STO CON LA MOZIONE X UN’ ALTRO COL LA MOZIONE Y ECC..E POI SI CONTA… ; MA SE LA MOZIONE VINCITRICE NON AVESSE IN SEGUITO L’OPPOSIZIONE INTERNA DISTRUTTIVA DA PARTE DELLE MOZIONI “PERDENTI”, MA LA COLLABORAZIONE ,POTREBBE ANCHE FUNZIONARE,MA DI SOLITO NON è COSI. CARE/I COMPAGNE/I CI VUOLE UMILTà, BASTA CON LA CORSA OSSESSIVA ( CHE INIZIA GIA NEI PICCOLI CIRCOLI PER ESPANDERSI IN TUTTA LA STRUTTURA )AD UN POSTO DI VISIBILITà . CERCHIAMO DI STUDIARE UNA LINEA POLITICA COMUNE CREANDO DEI “PONTI ” TRA LE VARIE MOZIONI, PRESENTATE O CHE SI PRESENTERANNO.

domenica 11 maggio 2008

www.rifondazioneinmovimento.org dentro il dibattito per ripartire da rifondazione


www.rifondazioneinmovimento.org è un blog realizzato per offrire uno spazio pubblico che accompagni il percorso della discussione congressuale in rifondazione comunista. Uno spazio di informazione e di trasparenza che non deleghi alle semplificazioni e talvolta alle distorsioni dei mezzi di comunicazione il racconto del confronto, ma sia in grado di attivare un circuito diretto di conoscenza. Uno spazio di dibattito per chi è iscritto a Rifondazione e per chi non lo è, convinti come siamo che ci sia realmente bisogno della presa di parola e della partecipazione di tutte e tutti per affrontare la stagione difficilissima che abbiamo davanti. Per continuare nel percorso ancora da scrivere della rifondazione comunista e ricostruire un’efficacia e un futuro per la sinistra nel nostro paese.

venerdì 9 maggio 2008

Camminando sulla strada di Peppino


In tanti e tante saremo a Cinisi oggi, per ricordare, a trent'anni dal suo omicidio, Peppino Impastato. Cammineremo da Radio Aut, la sua radio libera e disobbediente, fino alla sua casa, dove per anni, alla fine di ogni corteo, ci ha accolti il sorriso fiero di Felicia, la mamma di Peppino, protagonista di una straordinaria battaglia per avere verità e giustizia sull'omicidio, scomparsa, come se ormai la sua missione di vita fosse esaurita, poche settimane dopo la morte di Tano Badalamenti, il boss di Cinisi che ne ordinò l'omicidio e per questo, dopo oltre vent'anni, fu condannato dal tribunale di Palermo.

di Francesco Forgione

Parlo di Felicia, della sua tenacia e della sua forza -lei minutissima- nel condurre anni e anni di battaglie in una realtà mafiosa come Cinisi, dove alle madri, alle vedove, ai famigliari delle vittime della mafia è concesso solo di portare il lutto, chiuse nel proprio dolore e nel proprio silenzio. E invece Felicia, di quel lutto portava solo il nero di donna del sud, tanto è stato il suo impegno a lottare con i compagni di Peppino, con il Centro Impastato, con Giovanni e Felicetta, per rompere ogni omertà, spronare la magistratura, denunciare depistaggi, continuare a fare vivere Peppino nell'impegno antimafia di tanti giovani e militanti della sinistra.

Anche negli anni del gelo, quando il 9 maggio a Cinisi ci ritrovavamo in qualche decina, non mancava il suo coraggio e la sua voglia di lottare. Si, perché tante volte, in tanti anniversari, siamo stati davvero in pochi.
Del resto, la vita e la morte di Peppino, hanno avuto poco di ufficiale. Non era un uomo delle istituzioni, non era un "politico", non era uno da commemorazioni e inni nazionali.

Radio Aut fu una delle prime radio libere in Italia e Peppino capì il valore dell'uso della parola, della comunicazione, della controinformazione in una realtà costruita sul silenzio sociale e sull'omertà. Qualche anno prima, quando ancora le radio libere non erano comparse sulla scena dell'informazione, Peppino ne aveva visto nascere una, rudimentale, si poteva ascoltare solo nel raggio di poche centinaia di metri e la sua esistenza, brevissima, rappresentava già un fatto rivoluzionario: era la "radio dei poveri Cristi", creata a Partitico, a pochi chilometri dalla sua Cinisi, da Danilo Dolci. E proprio con lui, sociologo triestino che aveva scelto la Sicilia per trasferirvi il suo impegno, Peppino incontra il valore e la pratica della nonviolenza attraverso quel lavoro che, anche grazie a Danilo Dolci, prima e dopo il terremoto del Belice, farà di donne e uomini senza storia i protagonisti di straordinarie lotte contro la mafia, per l'acqua, per il lavoro. E' una straordinaria stagione di lotte che rigenerano anche il ruolo e il radicamento delle organizzazioni storiche della sinistra e del movimento operaio.

Da Radio Aut, anni dopo, nella fase del compromesso storico e della palude siciliana del potere politico -mafioso, il sistema veniva combattuto, i mafiosi beffeggiati col loro nome e cognome, i politici collusi smascherati. Il Consiglio e l'amministrazione comunale Dc-Pci di Cinisi, descritti come il "Gran consiglio della tribù", il cui capo non era il sindaco, ma "don Tano Seduto", quel Tano Badalamenti che, allora capo della cupola mafiosa di Cosa Nostra, prima dell'avvento dei corleonesi di Riina e Provenzano, tutto poteva tollerare tranne che essere irriso pubblicamente.

Peppino viola tutte le "regole", rompe tutti i codici, comincia dalla sua famiglia, famiglia di mafia: come si dice in Sicilia, "è sangue pazzo". Credo sia proprio questa la lezione più grande che ci lascia: il coraggio e la forza di rompere con culture e valori radicati, la ribellione ad ogni forma di familismo amorale e mafioso, collante ancora diffuso di una egemonia culturale che in tanta parte del Sud consente alle mafie di rigenerare potere e consenso. Nel suo ribellarsi e nella continua ricerca di una autonomia culturale e politica di linguaggi, in un contesto in cui anche la sinistra ufficiale era spesso silente e subalterna al blocco di potere dominante, c'è tutto il suo essere figlio del sessantotto e di quella straordinaria stagione sociale, politica, culturale che tanto ha influito anche nella Sicilia di quegli anni. Rifiuta ogni compatibilià di quel suo mondo, e di quella realtà. E forse sa anche di dover morire, quando, negli ultimi giorni della sua vita, candidato nelle liste di Democrazia Proletaria, addita pubblicamente Badalamenti come trafficante di armi e di droga. Quasi un'auto-condanna nella Sicilia muta di quegli anni.

Ma era la sua libertà a muoverne le scelte e l'impegno, non la sua incoscienza.
Per tutto questo, dopo trent'anni, Peppino Impastato continua ad indicarci una strada, diverse da altre, di impegno sociale e di lotta contro la mafia.

Nell'anno e mezzo vissuto da presidente della Commissione parlamentare antimafia, ho incontrato decine e decine di scuole, università, gruppi di volontariato, in una straordinaria esperienza di conoscenza e di ascolto. La cosa che più mi ha colpito è come e quanto Peppino sia diventato un esempio e, perché no?, un simbolo per migliaia e migliaia di giovani e di ragazzi e per una nuova generazione militante. E così scopri che nelle scuole medie di Reggio Emilia o nel liceo di Napoli, nell'istituto gestito dalle suore in Toscana come all'università di Torino o a quella di Bari, e persino in alcune scuole elementari, centinaia e centinaia di giovani e giovanissimi o hanno visto il film o fatto la tesi e poi il seminario o il dibattito su Peppino Impastato e la sua antimafia e scopri anche quanto questi ragazzi conoscano e si sentano amici di Giovanni e Felicetta che da anni girano l'Italia parlando di antimafia sociale.

E' il lavoro che tocca anche a noi che vogliamo continuare a batterci, nonostante i tempi inclementi e tempestosi, per un'alternatica radicale e di società.

Sappiamo che la mafia, negli anni del liberismo e della globalizzazione, è diventata uno dei soggetti e dei fattori più dinamici del processo di modernizzazione capitalistica che ha trasformato il paesaggio sociale e produttivo della Sicilia e del Mezzogiorno, costruendo attorno a se un vero e proprio blocco sociale, organico e funzionale al sistema di potere dominante. Per questo l'antimafia non può vivere di ecumenismi, deve rappresentare una chiave di lettura critica della realtà e recuperare una grande dimensione sociale. Occorre un cuore nella nuova stagione della lotta alla mafia, se se ne vuole aggredire la natura e l'essenza di grande holding economico-finanziaria criminale: colpire i patrimoni, i capitali, le ricchezze e la sua capacità di accumulazione e di gestione dei grandi flussi finanziari.

In fondo la lezione di Peppino Impastato è tutta qui, nel comprendere che la lotta contro la mafia non può vivere dentro l'esclusiva dimensione repressiva e giudiziaria, ma deve mettere in discussione interessi materiali, strutture politiche, assetti del potere, codici culturali e sociali. Deve essere protagonismo diretto, diffuso e di massa, indignazione e ribellione e, sopratutto, ricerca continua di "un altro mondo possibile". Perché se, lui come urlava dai microfoni di Radio Aut, "la mafia è una montagna di merda", una società, una politica, un sistema di imprese, istituzioni e partiti, che la tollerano e se ne fanno imbrattare non possono in alcun modo appartenerci.

Trent'anni fa il barbaro assassinio del giovane di Cinisi

L'attualità di Peppino Impastato e la sua antimafia sociale

di Giovanni Russo Spena



Brecht diceva: «Non è detto che ciò che non è mai stato non possa essere». Sono trascorsi, infatti, ormai trenta anni dal tremendo omicidio politico mafioso di Peppino Impastato e, alla fine, dopo anni di sofferenza, di lotta e di isolamento, la verità è stata fissata dalla magistratura e dalla relazione della Commissione antimafia che ho avuto l'onore di redigere: nel caso di Peppino Impastato lo Stato ha compiuto un vero e proprio depistaggio perché non si scoprisse, come era possibile, dal primo momento che si trattava di un delitto di mafia. Dobbiamo la verità all'impegno difficile e quotidiano di mamma Felicia, di Giovanni Impastato, dei compagni di Peppino, di Umberto Santino e di Anna Puglisi. Ho due immagini, fra le tante, nella mente.
La prima così è descritta da Giovanni Impastato: «Sfilammo nel '79, per le troppo silenziose strade di Cinisi, facendo tesoro delle scelte e del percorso di Peppino, considerato ancora allora dallo Stato un suicida o un terrorista saltato sulla bomba che stava innescando. nella prima manifestazione nazionale contro la mafia, organizzata da Radio Aut»
«Dal Centro di documentazione di Palermo, assieme ai compagni di Democrazia proletaria, di cui Peppino era stato eletto consigliere comunale e a quella parte di movimento che era rimasta profondamente colpita dall'ufficisione di Peppino. Eravamo in due mila». La seconda immagine che ritengo il movimento più bello della mia vicenda politica, è quella di mamma Felicia che, quando, nella casetta di Cinisi, nel 2000, le consegnammo la relazione della Commissione antimafia, che sanciva il depistaggio di Stato e chiedeva scusa in nome del Parlamento italiano (caso tuttora inedito) soffiò, in un orecchio la frase: «Oggi mi avete resuscitato Peppino». Si chiudeva una vicenda iniziata tragicamente nel '78. E' importante parlarne oggi anche perché Peppino va sottratto al destino di una icona strumentalizzata: è bello che sia considerato, da tanti giovani, da tante ragazze, un Che Guevara contemporaneo, ma è più importante viverlo nel suo contesto, affinché il ricordo sia stimolo per continuare la sua lotta. Peppino fu uomo del '68, non va dimenticato. Fu un compagno dell'antimafia sociale, quella difficile, non quella ufficiale, spesso ipocrita, banale e trasformista. Peppino era un militante che organizzava mobilitazione sociale; era profondamente impegnato politicamente; era precursore, nella sua capacità di utilizzare la metafora, l'irrisione, il sarcasmo come strumento di lotta politica e di desacralizzazione dei capi mafiosi, di una intensa criticità moderna. Le trasmissioni di Radio Aut sono un esempio straordinario di controinchiesta e di controiformazione.
Il trentennale è l'occasione per riflettere sul suo pensiero e sulla sua iniziativa anche, quindi, per evitare di farne un mito astratto. Peppino è stato un militante della "Nuova sinistra" come ci ricorda Umberto Santino, da Lotta Continua alla candidatura con Democrazia proletaria, in polemica aspra con il partito comunista del compromesso storico, che vedeva la mafia solo come fenomeno dell'arretratezza dello sviluppo. Peppino pensava, invece, che il neoliberismo fa bene alla mafia. Lottò con i contadini, con gli edili, unendo lotte sociali e impegno culturale. La sua antimafia correva nel solco della lotta di classe, di massa, dei braccianti, delle lotte contadine non del conformismo, della legalità formale e del sistema di relazioni politiciste. La sua analisi delle mafie, partendo dalle elaborazioni di Mario Mineo, figura di straordinario rilievo teorico, seppe guardare ad esse non come fenomeno terroristico legato a nicchie di arretratezza, ma come parte integrante dei processi accumulazione del capitale, capace di adattarsi ai mutamenti dei contesti strutturali e di contrattare, di volta in volta, il potere con le rappresentanze politiche.
E' anche in questa percezione critica il motivo dell'attualità di Peppino. Anche ora, infatti, la maggioranza delle forze politiche tende ad illustrare, come fa ad esempio la relazione dell'antimafia del 2001, la mafia come gangsterismo, per celarne la sua internità alla politica, all'amministrazione, alla finanza, ai processi internazionali della globalizzazione liberista. Parlano di una mafia virtuale che non esiste per puntare l'attenzione investigativa solo sulle campagne sicuritarie contro i migranti. L'antimafia sociale è, allora, costruzione di presidi democratici, connessione fra lotta democratica e sociale; è antimafia in movimento, dentro l'organizzazione della conflittualità sociale, come ci insegnò Pio La Torre. Le mafie si sconfiggono attaccandone beni, ricchezze, profitti, individuando un nuovo spazio pubblico. E' indispensabile rilanciare i meccanismi, su cui l'associazione "Libera" tanto lavora, di sequestro e confisca di beni mafiosi; facendo lavorare le terre confiscate alle mafie attraverso una destinazione d'uso sociale cooperative di giovani e ragazze che, insieme, lottano le mafie ed agiscono una occupazione di qualità. Peppino fu precursore del movimento altermondialista: lottava «per un altro mondo possibile».